New York Due settimane in giro nel Nord-Est degli Stati Uniti, dal verde di Boston alla maestosità delle Cascate del Niagara, dal sogno americano di Philadelphia a New York, semplicemente “capitale del mondo”.

La Dodge Charger grigia che ci ha scorrazzato per sei diversi Stati è ormai nuovamente tornata al suo garage sulla 3th Avenue, lì dove dodici giorni prima prelevandola ne avevamo chiesto, indirettamente, la sua necessaria complicità alla scoperta della parte più “vecchia” e senz’altro più europea degli Stati Uniti.

Domani alle 19 l’appuntamento con il Boeing 777 Alitalia che ci riporterà a casa, stasera invece con l’ultima sera dall’altra parte dell’Atlantico, l’ultima sera tra i giganti newyorkesi che dominano Manhattan e che colorano un cielo piccolo e distante visto da qua giù.

L’ultima sera a New York inizia dal ricordo di due settimane intense, stancanti ed indimenticabili. Alla mente da subito torna Boston, con le sue università, da Harvard all’ MIT, la sua storia, con vecchi edifici come la Old State House a mischiarsi con moderni ed avveneristici grattacieli, e poi con quel colore verde che sembra dominare ogni angolo della città che diede i natali a J.F. Kennedy.

Neanche il tempo però di lasciarsi alle spalle Boston e le splendide campagne del Rhode Island prima, e del Massachussets e dello stato di New York poi, che la mente inesorabilmente si distrae dinnanzi al rumore assordante e la maestosità delle Cascate del Niagara.
Un capovaloro naturalistico quasi paradossale per il contesto dove si trova, a cavallo sulla linea di confine che divide il Canada dagli Stati Uniti, circondato, a tratti soffocato, da una sorta di sala giochi all’aperto costruitagli intorno (il paese, sul versante canadese, di Niagara Falls.). Splendide le cascate americane, “American Falls”, semplicemente incredibili quelle canadesi,”Horseshoe falls”, chiamate così per la loro forma a ferro di cavallo.

Una parentesi di “diversita” culturale, seppur sfumatissima, in più di millemiglia di autentico e puro “American Dream”. Lo stesso degli europei partiti per il nuovo mondo in cerca di una vita migliore, lo stesso di anni di lotta per l’integrazione razziale ed anche lo stesso che si legge perfettamente nei volti e nelle strade di Philadelphia. La capitale simbolica, anche se non politica, della Pennsylvania, culla e cuore dell’Indipendenza americana, qui infatti si trovano la Indipendence Hall, dove fu firmata la Dichiarazione d’indipendenza nel 1776 e fu redatta la Costituzione degli Stati Uniti nel 1787, e la Liberty Bell, la storica campana che sempre nel 1776 radunò con il suo suono i cittadini per la lettura della dichiarazione di Indipendenza. Ma anche la città del mito cinematografico di Rocky Balboa e di quello storico del quacchero William Penn, padre fonadatore che sovrasta la città dalla sommità della City Hall.

Con Philadelphia il quadrilatero si chiude e tutto torna, come fosse un circuito automibilistico, al punto di partenza.

Ed eccocci dunque all’ultima sera a New York, la città che ci ha presentato l’America e quella che suo malgrado l’accompagnerà nel cassetto dei ricordi.

L’ultima sera a New York è illuminata dalle luci di Times Square, centro immaginario del mondo, dove i taxi sembrano cavallette e l’infinità di cartelloni pubblicitari proiettano un quanto mai moderno, ma comunque diretto, concetto di cosmopoliticità. L’ultima sera a New York è nei teatri di Broadway e nelle limousine che vi passano, o parcheggiano, davanti. L’ultima sera a New York è il ponte di Brooklyn illuminato in lontananza, che riporta alla mente decine di film, ma anche gli occhi di grattacieli che sembrano spiarti dall’alto senza però farsi troppo notare. L’ultima sera a New York è il ricordo di un pomeriggio trascorso ad Harlem, con la guida che a metà di Martin Luther King Avenue si ferma e ti invita a tornare indietro, quasi a voler dire: “E’ qui che finisce il sogno…”.

L’ultima sera a New York è il pensiero del silenzioso caos di Central Park e del dolore mai scordato di Ellis Island e soprattutto Ground Zero, luoghi diventati simbolo di sofferenze ed angoscie. L’ultima sera a New York è il fumo dei tombini che esce mentre percorro l’elegantissima 5th Avenue per tornare in albergo e che irrompe nel silenzio notturno e surreale delle vetrine, chiuse, di Tiffany e del Rockfeller Center. L’ultima sera a New York è la vista da una camera d’albergo, con in testa la melodia di un trombettista ascoltato qualche giorno prima in uno dei tanti jazz club di Greenwich Village, l’ideale colonna sonora dell’ultima notte nella “capitale del mondo”.

 

Consigliato da Viaggiatore.net

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